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13 hours ago
 

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Per ridere un po'....

 

Lo sai qual è il colmo per un subacqueo?Pensieroso

 Avere la testa fra le nuvole.A bocca apertaAnimoticon


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Jan. 15
Mi associo ai complimenti. La tua cura per la cultura della (nostra) regione è davvero sincera. Grande.
Nov. 6
Elena Grandewrote:
Salve, c'è un premio per te nel mio blog.
Te l'ho assegnato per la miticolezza con la quale promuovi la cultura e il territorio della tua regione.
Complimenti.
 
Elena
Oct. 6
ClavéLwrote:
Bello il nuovo avatar!
Dove lo hai trovato così somigliante??
 
 
Oct. 3

Cultura e dintorni

Cultura, Arte, Storia medievale, Poesia, Archeologia, Musica, Cinema

Video

           
November 04

"Barbarossa"? Solo un alibi identitario

Secondo Cardini, un film storico dovrebbe evitare le "truffe interpretative"

"Barbarossa"?  Solo un alibi identitario

di Marco Brando* In questi giorni circola il film Barbarossa, voluto fortemente da Umberto Bossi, che addirittura vi recita una piccola parte. Sostenuto dalla Rai e costato 30 milioni, si propone come l’“opera culto” della Lega Nord. Il film, diretto da Renzo Martinelli, è stato sponsorizzato dallo stesso premier Silvio Berlusconi, che ha partecipato il 2 ottobre scorso alla prima nel cortile del Castello Sforzesco di Milano: con lui Bossi e i ministri Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Giulio Tremonti. Il castello ha così ospitato un lungometraggio girato – per risparmiare – soprattutto in Romania. Laggiù sono state ricostruite Legnano e Milano, per rievocare le vicende che avrebbero portato nel 1176 alla fatidica battaglia di Legnano contro l’imperatore tedesco Federico I di Svevia, detto il Barbarossa: inclusa la distruzione di Milano da parte degli imperiali nel 1162 e il ruolo svolto da Alberto da Giussano, condottiero della Compagnia della Morte e stratega della vittoria. Risultato: ora anche il partito di Bossi - prima costretto a citare Bravehart come film simbolo dell'indipendenza dei popoli - ha la sua icona cinematografica. «Alberto da Giussano è un passaggio che amo molto. In lui rivedo e rivivo quello spirito che muove un popolo a conquistare i propri diritti e la propria libertà, mettendo a rischio la vita stessa», ha scritto quel giorno, sulla Padania, Umberto Bossi.  Ma davvero la Lega Nord, nel ventunesimo secolo, aveva bisogno di consolidare i fantasiosi pilastri medievali - quelli cosiddetti "celtici" sono noti - della sua mitologia con un film come questo? Proprio Barbarossa offre l’occasione per fare un piccolo ragionamento sull’uso - e sull’abuso - della storia in Italia. Si può prendere spunto dalla valutazione che Sergio Romano ha fatto il 23 ottobre scorso sul Corriere della Sera: noi italiani «siamo uniti dalla geografia, dalla lingua, dall’esistenza di istituzioni centrali, dall’amore-odio per la Chiesa e dalla familiarità di tutti gli italiani con la religione cattolica. Ma abbiamo storie diverse che emergono alla superficie ogniqualvolta il paese attraversa momenti di forte tensione politica».

Ebbene, questo film ne è un esempio. Tanto è vero che, all’inizio del progetto, il consulente sul fronte storiografico era il noto medievista Franco Cardini, poi escluso, con suo grande e non celato disappunto. Lo stesso Cardini ha riconosciuto «che a un film non si richiede mai una scrupolosa fedeltà alla storia… Dovrebbero tuttavia, in un film che si presenta come storico, essere evitati i fraintendimenti gravi, le truffe interpretative». Barbarossa ha una trama saldamente legata alla ricostruzione dei fatti elaborata durante il Risorgimento - ironia della sorte, detestato da Bossi - in chiave patriottica e, all'epoca, antitedesca.

Una ricostruzione riadattata però da Martinelli in senso leghista e basata su una falsificazione: giustificata dalla necessità di beatificare l'antica Lega lombarda in modo da garantire la genuinità delle aspirazioni di quella odierna. Ad esempio, è probabile che il giuramento di Pontida non ci sia mai stato o non abbia avuto la rilevanza attribuitagli. Di certo, non è mai esistito Alberto da Giussano, assai caro ai leghisti, tanto da essere rappresentato sulle loro bandiere. Solo nella prima metà del Trecento, quasi due secoli dopo la battaglia di Legnano, il frate Galvano Fiamma, cappellano dei Visconti - la cui casata dominò Milano - saltò il capitano della Lega lombarda, senza però fornire alcuna prova. La cronaca fu scritta proprio per compiacere i Visconti, ricostruendo la storia di Milano in toni epici. Finché nell'Ottocento Giosué Carducci, con La Canzone di Legnano, consacrò Alberto da Giussano, trasformando una figura mitologica nella parvenza di un vero condottiero in carne e ossa. 
 
È anche sbagliato - ricorda Cardini - «mostrare il Barbarossa come una specie di "dittatore centralista", per giunta "straniero", che spietatamente impone il suo tallone di ferro e le sue ruberie fiscali a un popolo oppresso, il quale alla fine giustamente si ribella». Perché? Nella realtà storica, la Lombardia della metà del dodicesimo secolo era minacciata da Milano, un comune che mirava a espandersi a spese delle città vicine. Federico intervenne in quella zona – sulla quale aveva diritto di governare perché re d’Italia e di Germania – per ristabilire sicurezza e ordine, sulla base del diritto romano giustinianeo. E Milano era così invisa che nel 1162 furono cremonesi, lodigiani, pavesi e comaschi a darsi da fare con entusiasmo per raderla al suolo, risparmiando la fatica all'imperatore. Certo, la battaglia di Legnano finì con la vittoria dei comuni ribelli, che volevano mantenere i loro privilegi pur senza rinnegare l'impero. Però pochi mesi dopo Barbarossa stipulò con quei comuni una pace destinata a durare a lungo. Il conflitto riprese con suo nipote Federico II, che a sua volta contò sulla fedeltà di molte città della cosidetta Padania. Non solo: alla fine anche Milano - leader della ribellione - nel quattordicesimo secolo, con i Visconti, diventò ghibellina.
 
Insomma, ci sarebbe meno da ridire se Barbarossa fosse stato prodotto solo con una logica commerciale: d'altra parte quanti film su Robin Hood abbiamo visto. In questo caso, però, la Lega Nord lo ha "imposto" alla Rai, per celebrarlo poi in pompa magna. Con l'obiettivo palese di fornire ufficialmente un forte alibi identitario. Così da confermare che il popolo della Padania - altro termine inventato a tavolino dalla Lega - e dintorni da sempre è stato un'unica nazione: capace di lottare, senza defezioni, contro il "potere centralista". E pure un modo per dimostrare che il suddetto popolo ha nel  proprio patrimonio genetico un'innata superiorità morale, se non razziale. Quella stessa presunta superiorità che oggi giustifica la pretesa leghista di rappresentare uno Stato, adattatosi solo per cause di forza maggiore - il vituperato Risorgimento, soprattutto - a convivere con altri popoli della Penisola. Questo magazine ha definito la saga di Obelix e Asterix un «monumento alla paura del nuovo e del diverso». Ma quello è "solo" un celeberrimo fumetto. Questo film è un esempio superlativo e consapevole dell'uso della storia da parte di un importante partito. Certamente tale fenomeno - nel Novecento - ha già fatto molti danni in Italia. Ma almeno riguardava solo la nostra storia contemporanea, nell'epoca dei totalitarismi. Il fatto che si vadano a manipolare eventi del dodicesimo secolo per seminare pregiudizi nel ventunesimo secolo è forse ancora più preoccupante.

*Autore del libro Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa

3 novembre 2009
October 06

Barbarossa e le bugie di Martinelli



Lo storico Franco Cardini interviene sull'intervista di Renzo Martinelli a Il Tempo: "Le sue dichiarazioni storiche sul Barbarossa sono un cumulo di menzogne".


Il Tempo di ieri ha pubblicato l'intervista di Dina D'Isa al regista Renzo Martinelli sul film Barbarossa, da lui prodotto con la Rai (quindi anche con danaro pubblico). Al riguardo, Martinelli ha dichiarato: «Sono sempre alla ricerca della verità perché l'ignoranza del presente nasce dall'incomprensione del passato.


Barbarossa sognava di ricreare il grande impero che fu di Carlomagno, unire la Germania alla Sicilia, Ma venne fermato da un gruppo di Comuni italiani del Nord…», i quali avrebbero cacciato "lo straniero". Il regista ha poi rilevato che uno storico avrebbe trovato "negli archivi comunali" (quali?) le tracce dei carri da guerra dei lombardi.


Escludo che si tratti di reperti archeologici, che non si trovano negli archivi. Allude a nuovi documenti? Quali? Sarebbe questo il suo modo di combattere "l'ignoranza del presente" e "l'incomprensione del passato"? Martinelli dichiara di avere tre lauree: se non le ha comprate al mercato nero, egli è quindi il primo a sapere che le sue dichiarazioni "storiche" sul Barbarossa sono un cumulo ridicolo di menzogne e di sciocchezze, che nella migliore delle ipotesi riciclano vecchi cliché pseudostorici risorgimentali associandoli a banale propaganda leghista.


Federico I fu il protagonista di una nuova e gigantesca concezione: rifondare l'impero romano-germanico di radice ottoniana (Carlo Magno non c'entra) alla luce della riscoperta del diritto romano giustinianeo, ripervenuto in Occidente da Bisanzio. Egli fu in tal modo uno degli iniziatori della cultura universitaria moderna (fondò l'Università di Bologna) e della cultura scolastica. Alcuni comuni norditalici gli si opposero, pur sempre dichiarando di volersi mantenere fedeli all'impero, rivendicando vecchi privilegi territoriali e fiscali (queste erano le libertates) che essi avevano acquistato o usurpato ai precedenti imperatori.


L'imperatore, che in Germania aveva favorito lo sviluppo dei poteri locali fondando così il federalismo tedesco, in Italia intendeva rientrar in possesso dei diritti e delle prerogative sovrane, usurpate soprattutto da Milano (che aveva a lungo oppresso anche i Comuni vicini). Dopo la battaglia di Legnano, perduta nel 1176, Federico seppe appieno recuperare autorità e prestigio grazie alla sua abilità politica e diplomatica, pacificandosi col papa Alessandro III e con i Comuni lombardi, cui accordò certo alcuni privilegi ma che accettarono dal canto loro pienamente la sua sovranità, che in quanto tale non avevano peraltro mai messo in discussione (altro che cacciare lo "straniero"!...).


Quanto al regno normanno di Sicilia, Federico voleva collegarlo alla sua dinastia attraverso il matrimonio tra suo figlio Enrico e l'ereditiera di quella corona, Costanza d'Altavilla (il che avvenne): ma non pensò mai lontanamente ad annetterlo all'impero. Martinelli annunzia di star preparando un nuovo film storico, dedicato stavolta all'assedio turco di Vienna del 1683. Come insegnante nell'università statale e come cultore di storia, mi auguro che egli non sperperi di nuovo il pubblico danaro con altri insulti alla verità storica.

Il Tempo

Franco Cardini

05/10/2009
August 25

I Templari e la sindone di Cristo: l’ultimo saggio di Barbara Frale

 

            Potrebbe sembrare il titolo di un nuovo romanzo fantasy di ambientazione medievale che combina due emblemi di quel medioevo inventato dalla cultura di massa: l’Ordine del Tempio, con i suoi presunti segreti, misteri e risvolti esoterici, e la sindone, ovvero il lenzuolo che avvolse il corpo di Cristo dopo la crocifissione, altro oggetto affascinante e pieno di mistero. Invece si tratta di un saggio di una serissima studiosa Barbara Frale, pupilla del medievista Cardini, studiosa dei Templari, può vantare diverse pubblicazioni in merito, e delle crociate, nonché ufficiale dell’Archivio Segreto Vaticano (I Templari e la sindone di Cristo, Il Mulino, pp. 252, 2009, euro 16). La teoria secondo la quale la sindone, dopo essere stata trafugata da Costantinopoli nel 1204 in occasione della IV Crociata, fu custodita in segreto dai Templari, grandi esperti e detentori di reliquie, risale alla fine degli anni Settanta e fu proposta dallo storico inglese Ian Wilson. Questo studioso aveva messo collegato la sindone a quanto emerso dalle inquisizioni contro i Templari, cioè come costoro adorassero in segreto un idolo barbuto che secondo Wilson non sarebbe stato che il sacro telo chiuso in una teca speciale fatta apposta per lasciar vedere solo l'immagine del volto.

            A distanza di trent'anni la Frale, dalla sua posizione privilegiata presso l’Archivio Segreto Vaticano, ha provato ad aggiungere alla tesi di Wilson i tasselli mancanti analizzando fonti inedite riguardanti i Templari. Il libro è articolato in tre densi capitoli nei quali l’autrice tratta del famigerato idolo adorato dai Templari noto come Bafhomet, traendo importanti conclusioni e riuscendo a trovare interessanti indizi depurati dall’effetto delle torture e di una visione neo-templare sorta tra Settecento e Ottocento, della sindone come immagine impressionante di un corpo di un uomo massacrato proprio come era avvenuto a Gesù secondo i Vangeli, del ruolo delle eresie sorte nel corso del Duecento che negavano la reale umanità di Cristo.

            L’analisi della Frale risulta sempre precisa e puntuale, basata sul dato storico. Tuttavia non esistono prove documentate sul passaggio della sindone ai Templari dopo il 1204 e dai Templari sino alla sua apparizione dal nulla a Lirey nel 1351. È interessante notare come i personaggi legati alla scomparsa e ricomparsa della sindone siano in quale modo correlabili ai Templari: Othon de la Roche, signore di Atene, che avrebbe portato con sé la sindone da Bisanzio tra il 1204 e il 1205 era imparentato con un alto dignitario templare Amaury del la Roche vissuto nella seconda metà del XIII secolo che probabilmente ricevette in custodia la reliquia dal parente duca d’Atene; Geoffrey de Charnay è il nome sia del precettore di Normandia morto su rogo nel 1314 con Jacques de Molay che del proprietario della sindone a Lirey nel 1351. Anche in questa circostanza un legame di sangue. Una pura coincidenza storica?

            Alla teoria di Wilson l’autrice aggiunge importanti tasselli come ad esempio il ritrovamento nel 1951 di un dipinto del volto di Cristo su un pannello di tavola a Templecombe in Inghilterra già sede di una comunità templare, ma soprattutto una testimonianza documentaria relativa agli interrogatori avvenuti dopo le persecuzioni del 1307 ritrovata nell’Archivio Segreto. Nel 1287 un giovane di buona famiglia della Francia del Sud di nome Arnaut Sabbatier, chiese e ottenne di entrare nell'Ordine templare. Durante la cerimonia d'ingresso, dopo aver preso i tre voti di povertà, obbedienza e castità, il precettore condusse il novizio in un luogo chiuso, accessibile ai soli frati, quindi gli mostrò un lungo telo di lino che portava impressa la figura di un uomo e gli impose di adorarlo baciandogli per tre volte i piedi. Quel telo era la sacra sindone? Secondo la Frale sì. I Templari adoravano la sindone, la più sacra delle reliquie e l’avrebbero custodita in segreto, per via delle scomunica papale indirizzata a chi commerciava reliquie, specie quelle provenienti dal sacco di Costantinopoli, in Provenza come strumento per combattere l’eresia catara che negava l’umanità e la corporeità di Gesù Cristo. Afferma la Frale: «I Templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie».

            Nel libro l’autrice fa qualche accenno a nuove ricerche condotte sulle sindone, in particolare l’individuazione di scritte in latino, greco e aramaico. A tal proposito è stata protagonista, sulle pagine del quotidiano torinese La Stampa, di una breve polemica con il noto filologo classico Luciano Canfora. Ma su questo argomento e su altri aspetti l’autrice preannuncia un secondo volume a completamento del primo dal titolo La sindone di Gesù Nazareno.

            Nel saggio di Barbara Frale non c’è mai spazio per la fantasia, la sua è una teoria affascinante anche dal punto di vista scientifico. Non è la vera storia della sindone, ma è una storia possibile.

 

VR

 

Federico II, un mito tra luci e ombre


    Tra ottobre e novembre Ettore Catalano,docente di letteratura italiana dell’Università di Bari,su invito della Dante Alighieri, sarà impegnato in una lunga tournee nei paesi scandinavi per raccontare Federico Secondo di Svevia e la sua fortuna nei paesi del Mediterraneo. La fortuna di questo imperatore non smette di crescere se proprio nell’anno in corso Cinzia Tani ha pubblicato da Mondadori un romanzo sull’imperatore svevo, «Lo stupore del mondo», nel quale ne ripercorre glorie e meraviglie ed è inutile citare la straripante presenza dell’imperatore e del suo nome nella pubblicità pugliese, nell’onomastica di associazioni, di prodotti di consumo, di scuole e persino di banche. Insomma Federico e il suo mito pare proprio incarnino la ragione identitaria dei pugliesi che non avendo altri santi a cui richiamarsi trovano questo ombrello storico e onnicomprensivo come tutela di sé e della propria nobiltà storica.
    Per sfatare il mito e irridere la stupidità dei pugliesi Salimbene de Adam, spinto da mania antifedericiana e filopapale li bollava in età medievale come “cacherelli et merdazoli”. Oggi Marco Brando,giornalista del Corriere della Sera, neppure amico di Salimbene né leghista di turno, ha pubblicato con Palomar un pamphlet, «Lo strano caso di Federico di Svevia» che ha innescato una polemica sviluppatasi sulle pagine dei giornali e che ha prodotto una risposta pacata di Raffaele Licinio, medievista barese e studioso di cose sveve e di Renato Russo che è ricorso a un breve e circostanziato saggio, «Pugliesi tutti pazzi per Federico», edito da Rotas, nel quale ha provato a discutere le posizioni di Brando, che ritiene troppo creduloni i pugliesi e il mito di Federico eccessivamente e ingiustificatamente esaltato.
    Brando è lapidario e bolla Federico come un mito in Puglia, nel nord Italia un tiranno, in Germania uno sconosciuto.
    La discussione affrontata da Russo si basa su dati storici e tende e ridiscutere la figura dell’imperatore sui molti versanti: dal rapporto con la chiesa e con gli arabi alla sua statura di legislatore e di condottiero. Il fondamento è ovviamente lo studio epocale condotto da Kantorovitz, ma altri puntelli poggiano su Francesco De Robertis e su Willemsen.

    Compito degli storici e dei giornalisti di razza è sfatare i miti e ristabilire la verità. La revisione operata negli ultimi anni sui lager delle dittature di destra e di sinistra, su Salò, sulle foibe, la dice lunga. E penso che i prossimi secoli si interrogheranno sul valore politico e ideale delle azioni terroristiche degli islamici e sullo strapotere degli Stati Uniti. A freddo, cioè documenti alla mano, Brando ha ragione. Noi idolatriamo un imperatore assolutista e cinico ,in tempi di esaltazione delle libertà repubblicane e democratiche facciamo di un reazionario e sanguinario un gigante. Tuttavia ciò che Brando dimentica di considerare è il valore delle interpretazioni postume senza la giustificazione dei contesti.
    Un uomo va valutato alla luce di ciò che le difficoltà dei tempi hanno rappresentato in un certo momento storico. Ovvero ognuno è figlio del proprio tempo e se decontestualizziamo non veniamo a capo di nulla. C’è dunque necessità di revisione storica fondata sui dati e sui documenti e alla fine, la bilancia della storia penderà da qualche parte. La bilancia di Federico in età angioina è calata notevolmente. Gli angioini hanno cancellato le sue tracce, bruciato documenti, devastato monumenti e fatto saltare statue ricordi memorie. Insomma tutto ciò che avviene alla caduta di un regime. Lo insegnano le statue distrutte di Saddam di Hitler di Mussolini. E tuttavia tra la damnatio memoria degli angioini e degli storiografi della chiesa e l’edificio che Dante Alighieri ha provato a costruire sotto i piedi dell’imperatore svevo ha finito nel tempo col prevalere la potenza del fiorentino. La sua parola, la sua posizione politica e culturale, la sua voglia di una Italia una e libera da servaggi hanno vinto sulla forza devastatrice e cancellatrice dei nemici di Federico. Certo,anche Dante è stato soggetto a fortune e sfortune della critica, i secoli lo hanno esaltato e dimenticato.
Ma è nella logica delle cose. A metà del Novecento i tedeschi hanno combinato al mondo uno scherzo difficile da dimenticare. E con il mondo tedesco la damnatio è caduta su tutto ciò che apparteneva loro, ai loro miti, alla loro storia. Contro la dittatura sanguinaria dei tedeschi è emersa la libertà mercantile degli americani. E sono emersi i miti moderni della musica e della letteratura e della lingua di quel paese. Federico è stato travolto ulteriormente come prodotto di un mondo da condannare al silenzio. Ciononostante i pugliesi, questi idioti di pugliesi e di lucani e di siciliani hanno fatto riemergere un mito. Ma non è il solo. Affianco per esempio ci sono i miti di Elea, di Zenone ,di Parmenide,di Pitagora, di Orazio, di Ennio. Sono robe antiche alle quali si appellano coloro che sono stati considerati ladri camorristi farabutti incivili e incapaci. Uno a qualcosa dovrà pure aggrapparsi. E poi sono riemersi dalla ignoranza e dall’analfabetismo antico dei meridionali, le pietre bianche dei castelli, la logica politica che spesso ha sostituito quella guerrafondaia. E la luce del diritto giustinianeo che correggeva quello dei longobardi rivisitato dai franchi. Si legga Paolino e Polla di Riccardo da Venosa, Marco Brando, e vedrà perché un giudice laico esaltava Federico al tempo delle Costituzioni di Melfi. E poi c’è una faccenda che mai riusciremo a capire. Bello o brutto che sia, il mito supera i tempi.
    È una questione irrazionale e illogica. E la razionalità della valutazione storica farà sempre a cazzotti con l’irrazionalità del mito. E’ come l’amore. Riusciremo mai a spiegarci perché un carnefice, un orrore di uomo, una bestia, un ignorante, un farabutto, fa innamorare di sé una bellissima e magari intelligentissima donna? O perché un Angelo Azzurro riesce a stravolgere la serenità e la vita di un onesto e attempato professore di provincia? Qui è il mito della bellezza, lì è il mito che si è incrostato nei secoli e che nessuna revisione documentale riuscirà mai a sovvertire.

Raffaele Nigro
La gazzetta del mezzogiorno, 23.08.09
July 23

La Sindone è vera, vi spiego perché


Un negativo fotografico del volto di Cristo quale appare sulla Sindone conservata nel Duomo di Torino


Una studiosa tra i segreti degli Archivi Vaticani: "E' del I secolo, esporrò le prove in un nuovo libro"
MARIO BAUDINO
Sulla Sindone c’è una scritta in caratteri ebraici che rinvia all’aramaico, la lingua dei primissimi cristiani. L’ha scoperta uno scienziato francese, Thierry Castex, e ne dà notizia per la prima volta una studiosa italiana, Barbara Frale, nel suo saggio da poco uscito per il Mulino col titolo I templari e la Sindone di Cristo. E’ invisibile a occhio nudo, ma è stata evidenziata grazie a procedimenti fotografici; una presenza del genere sul lenzuolo conservato a Torino, che secondo la tradizione avrebbe avvolto il corpo di Gesù, non è certo un episodio che possa restare confinato nel mondo degli studiosi. La storica italiana, ufficiale dell’Archivio segreto Vaticano, ha ricevuto la documentazione per un consulto, e d’accordo con lo scopritore l’ha resa pubblica nel libro sui Templari, che è il prologo a un nuovo lavoro, tutto sul «Sacro lino», di imminente pubblicazione. I due argomenti sono collegati. Barbara Frale è nota per aver trovato fra le carte vaticane nuovi documenti sull’atteggiamento del papa Clemente V nei confronti dei monaci-guerrieri accusati di eresia, quando all’inizio del Trecento il re di Francia Filippo il Bello scatenò contro di essi una repressione feroce. Ha smontato le leggende esoteriche e dimostrato la riluttanza del Papato rispetto alla persecuzione, che per ragioni politiche non poté essere comunque impedita. Nel libro appena uscito segue il filo che lega la Sindone all’austero esercito nato dopo la prima crociata per proteggere i pellegrini in Terrasanta, diventato una grande potenza «multinazionale» e finito sui roghi. Arriva a conclusioni appassionanti, perché conferma l’intuizione di uno studioso inglese secondo cui dopo il saccheggio di Costantinopoli ad opere di veneziani e francesi (nel corso della quarta crociata), il lenzuolo passò effettivamente in mano templare: ma per essere conservato e adorato in gran segreto.

Le misteriose testimonianze sul culto di un idolo o di un volto demoniaco andrebbero così riferite ai pochi eletti che ebbero modo di vedere la Sindone, ripiegata allo stesso modo in cui la conservava l’imperatore di Bisanzio. Ma di qui in poi, l’obiettivo cambia. Barbara Frale è sulle tracce più antiche della Sindone. Al centro di questa ricerca si staglia l’imprevedibile scritta in aramaico, pochi caratteri che tuttavia possono essere ricondotti a un significato del tipo: «Noi abbiamo trovato». Ma vengono proposti anche nuovi documenti, per esempio sull’arrivo nella capitale dell’Impero d’Oriente della preziosa reliquia. E contro la tesi che venisse adorato in realtà un «fazzoletto» con un ritratto dipinto (il mandylion), la studiosa esibisce un testo scoperto nel ’97 sempre alla Biblioteca Vaticana (dallo storico Gino Zaninotto). E’ un’omelia del X secolo in cui viene descritta la reliquia, che l’imperatore Romano I aveva mandato a prelevare nella città di Edessa.

L’autore è Gregorio il Referendario, arcidiacono della Basilica di Santa Sofia, incaricato della delicatissima operazione nell’anno 943. Non parla di un fazzoletto dipinto, ma di una grande immagine: pare proprio di leggere la descrizione della Sindone di Torino, che pure anni fa venne sottoposta all’esame del carbonio 14, usato per datare i reperti antichi, e dichiarata un manufatto medioevale. Come spiega la Frale questa contraddizione? «L’esperimento aveva, date le tecnologie a disposizione in passato, ampi margini di ambiguità. E poi non è stato condotto in modo verificabile», sostiene la studiosa. Ormai, aggiunge, non fa più testo. «I documenti mi portano molto più all’indietro nel tempo. Anche nel quarto secolo ci sono testi che parlano della Sindone».

Ma torniamo alle scritte, che in realtà sono più d’una: in greco, e anche in latino, scoperte a partire dal 1978. Lei spiega che non sembrano vergate sul lino, ma impresse per contatto, forse casuale, con cartigli e reliquiari. Che cosa dimostrano? «Quella in caratteri ebraici poteva essere un motivo importante per spiegare la segretezza di cui i templari circondarono la Sindone, in anni di fortissimo antisemitismo». Però c’è dell’altro: «Sì, c’è il fatto che dopo il 70 non si parlò più aramaico nelle comunità cristiane. E già San Paolo scriveva in greco». A cosa sta pensando, allora? «Ci sono molti indizi, direi un’infinità, che sembrano collegare la Sindone ai primi trent’anni dell’era cristiana. Per ora è una traccia di ricerca». Pensa che il testo si sia impresso prima del 70? «Quel che sappiamo del mondo antico ci costringe a formulare questa ipotesi». E qui la studiosa si ferma, rinviando al nuovo libro, La Sindone di Gesù Nazareno, che uscirà sempre per il Mulino prima di Natale. Ma non si sottrae alle domande. La prima è ovvia: come escludere che si tratti semplicemente di un «falso», nel senso di una reliquia costruita e modificata nel tempo?

Magari realizzata proprio sulla scorta dei Vangeli? «Innanzi tutto il mondo antico non ha mai avuto interesse a confermare i Vangeli. Non conosce il nostro concetto di riscontro o di prova. In secondo luogo le scritte possono essere datate, in base alla loro forma, alla grammatica, al contesto. Gli studiosi che le hanno esaminate le fanno risalire a un periodo fra il primo e il terzo secolo». Si ritiene però che l’archeologia del terzo secolo fosse molto diversa dalla nostra. La madre di Costantino trovò a Gerusalemme tutto ciò che desiderava, dalla croce alla casa di Pietro. «Non è così semplice. Quest’idea rischia di diventare un luogo comune. La questione dell’imperatrice Elena è un capitolo a parte».

Ultima osservazione: la Sindone riporta un’immagine tridimensionale. Per ottenerla non posso avvolgere semplicemente un corpo in un lenzuolo, come farei al momento della sepoltura. «No, deve fare molte altre cose, questo è vero. Però ricordiamoci che, data la sua sacralità, è difficile accostare e studiare l’oggetto stesso». Infatti queste scritte non sono mai state viste da nessuno, in tanti anni, anche quando la Sindone era, come lei spiega, molto meno sbiadita di adesso. «Tenga conto che veniva avvicinata raramente, e con una forma quasi di terrore sacrale. Io comunque non mi sono interrogata sulla sua formazione, perché sarebbe un tentativo di razionalizzare una materia dove lo storico, qualora lo faccia, si espone a troppi rischi, anche di figuracce. Come chi aveva spiegato la trasfigurazione di Cristo ricorrendo ai fenomeni ottici che si verificano sui ghiacciai. Preoccupiamoci piuttosto di studiare seriamente. L’unica cosa certa è che dobbiamo toglierci dalla testa di avere in mano, al proposito, le carte definitive».

A TORINO
Ostensione con il Papa nella primavera 2010
Ci sarà anche Benedetto XVI nel milione di pellegrini attesi a Torino la prossima primavera per venerare la Sindone. «Sarà l’occasione per contemplare quel misterioso volto, che silenziosamente parla al cuore degli uomini, invitandoli a riconoscervi il volto di Dio», spiega il Papa che celebrerà messa sul sagrato del Duomo. Le ultime ostensioni erano state quella del 1978 e quella per il Giubileo del 2000.

Quelle critiche di Canfora mi ricordano Harry Potter

Quelle critiche di Canfora mi ricordano Harry Potter
In un test a Los Alamos le fibre tratte dalla Sindone hanno dato risultati simili a quelle dei tessuti trovati a Qumran


BARBARA FRALE
Dopo la pagina dedicata martedì alle nuove ricerche sulla Sindone da parte di Barbara Frale, convinta di avere le prove dell’autenticità della reliquia, La Stampa ha pubblicato ieri un’intervista in cui Luciano Canfora smonta le sue tesi. Oggi la replica della studiosa.

In tutte le epoche ci sono state persone che, scrutando gli astri, i fondi di caffè o le palle di vetro, hanno visto cosa c’è nel futuro: si chiama arte della divinazione, una materia fondamentale nel curriculum di studi di Harry Potter a Hogwarts. Questi maghi esistono anche da noi. Mi riferisco alla critica mossa dal professor Luciano Canfora (La Stampa di ieri) al mio prossimo libro in cui tratterò dettagliatamente le tracce di scrittura identificate da alcuni scienziati francesi sulla Sindone.

Sono dispiaciuta nel constatare come un ricercatore autorevole polemizzi preliminarmente con un libro che non è stato ancora pubblicato e che uscirà presso il Mulino solo il prossimo novembre. Nel mio libro attualmente disponibile, I Templari e la Sindone di Cristo, le scritte in questione sono state solo presentate con cenni brevissimi e ho specificato con chiarezza che l’argomento sarebbe stato trattato come merita solo nel prossimo saggio.

Passando dal metodo al merito, ricordo che il professor Canfora è certamente un esperto nel suo settore specifico di studi, la filologia greca, non altrettanto si può dire in altri campi della ricerca come la paleografia e la papirologia, inoltre non mi risulta abbia mai studiato né i Templari né la Sindone. Piuttosto che la prova della falsità della reliquia citata da Canfora e fornita da Vittorio Pesce Delfino, preferirei qui ricordare la recente dimostrazione di Raymond N. Rogers del laboratorio di Los Alamos (University of California), che ha sottoposto fibre di lino tratte dalla Sindone al test di rilevamento della vanillina (un composto della lignina presente nel lino) e si è accorto che queste fibre si comportano allo stesso modo di campioni prelevati sul sito archeologico di Qumran, molto diversamente da tessuti medievali. In effetti lo stesso Canfora riconosce che l’analisi con il radiocarbonio non è affidabile per i metodi assai discutibili usati nel prelevare i campioni (e non certo per una presunta incapacità dei laboratori che l’hanno effettuata).

Rispondo infine all’obiezione di Canfora il quale sostiene che le scritte, se davvero fossero state trasferite sul lino, dovrebbero risultare capovolte. Nel mio libro disponibile in libreria (ma che evidentemente non ha ancora letto) spiego infatti che sono capovolte, ma che per comodità dei lettori abbiamo deciso di riprodurle girate come stavano sul documento che le riportava. La discussione sulle misteriose scritte della Sindone verrà e io sono la prima a volerla, come si vedrà nel mio libro che uscirà a novembre, dove presento questa ipotesi come una proposta di studio avvalorata da centinaia di indizi. Ma il professor Canfora, come tutti i lettori appassionati della materia, deve avere un po’ di pazienza.
May 25

Il succorpo della Cattedrale di Bari: storia di un capolavoro dimenticato

 

di Maria Angela Lacalamita


C’era una volta il 1292: la cattedrale di Bari, una struttura destinata a diventare una delle icone più celebri e rappresentative del capoluogo, riceve la sua definitiva e meritata consacrazione grazie al costante impegno di uomini di chiesa, uomini famosi passati alla storia, come Bisanzio, Nicola I, Andrea II e Rinaldo, che hanno pazientemente ricomposto i cocci della terribile distruzione con cui Guglielmo I il Malo punì la città più di un secolo prima.
Passano molte centinaia di anni, e alcuni studiosi, affascinati dall’imponenza della struttura romanica, che nel frattempo si era impreziosita con suppellettili marmoree, dipinti e meravigliosi affreschi, decidono di studiarne ogni aspetto: simbolo del crescente interesse in questo ambito è la pubblicazione nel 1884 della prima monografia sulla Cattedrale di Bari.
Un esempio su tutti è quello dell’ingegner Fantasia, che, superando persino l’assenza delle necessarie fonti oggettuali, riuscì, con la sua esperienza di tecnico, a ricostruire la Cattedrale in pianta, compreso il suo succorpo, ed è qui che la nostra storia si fa interessante.
Iniziamo col precisare che il succorpo è un vasto ambiente che si estende sotto i due terzi della navata centrale ed è strutturato a tre navate separate da pilastri quadrati su cui scaricano volte a crociera edificate con piccoli blocchi irregolari di pietra disposti a spina di pesce. Secondo Pina Belli D’Elia, illustre studiosa del romanico pugliese, quest’area della cattedrale è certamente da ricollegarsi alla chiesa fatta edificare nel 1034 dal vescovo Bisanzio o, meglio, dal suo successore Nicola, collocandosi quindi in un’epoca anteriore all’attuale edificio, edificato dopo la distruzione del precedente da parte del normanno Guglielmo Il Malo. La sistemazione invece del succorpo con pilastri e volte a crociera, secondo la studiosa, sarebbe più tarda e riconducibile all’arcivescovo Elia che al tempo del ritrovamento delle reliquie di S. Sabino nel 1091 è verosimile ne abbia fatto un luogo di culto.
Se gli studi e quindi gli scavi dedicati a tutto il complesso della cattedrale nel corso del tempo soccomberanno a uno sfortunato destino fatto di interruzioni, guerre e abbandono, ancora più infelice è la sorte che attende la storia degli studi sul succorpo a essa connesso: solo alla fine degli anni sessanta, infatti, i lavori furono finalmente riavviati e portarono al ripristino di una piccola porta del lato Sud, della quale negò l’utilizzo il vescovo di Bari nel lontano 1650.
Finalmente il succorpo è riportato alla luce, ma ahimè, il tempo impietoso lo ha ridotto a un luogo tutt’altro che presentabile: un lago di acqua e fango con tanto di resti umani e rifiuti ricopre interamente il suolo e, quel che è peggio, troneggerà indisturbato sino al 1973, anno in cui avrà luogo una prima purificazione del luogo e una sistemazione mediante alcuni sostegni ai pilastri.
Ecco finalmente tornato a vivere un vero tesoro, ingiustamente oscurato per secoli: un mosaico pavimentale in corrispondenza della navata della cattedrale che reca un disegno geometrico con alla base una iscrizione.
Questa importante quanto agognata scoperta non mancherà di fomentare dibattiti e tesi storiche controverse e degne di un romanzo giallo, non solo per la mancata coincidenza tra l’iscrizione, che reca il nome del vescovo Andrea, la cui biografia è situata storicamente intorno all’ VIII secolo, e la presumibile datazione dell’opera (V sec.), ma per la misteriosa presenza di una Rota al centro dell’opera, esattamente identica ad un’altra, che si trova all’interno di una chiesa non datata nella grande città greca di Patrasso.
Ed eccoci giunti al lieto fine della storia datato 2009, in cui una parte fondamentale della nostra cattedrale nonché della nostra storia e identità ha ricevuto la sua giusta attenzione e valorizzazione. Recenti lavori di restauro ai quali hanno partecipato esperti restauratori nel campo dell’architettura, del mosaico, storici dell’arte e archeologi, hanno innanzitutto consentito di rilevare una stratificazione più complessa del previsto: infatti sono emerse anche tracce romane di un lastricato e di un raffinato pavimento che una iscrizione ritrovata sul luogo farebbe ricondurre ad un edificio pubblico forse legato al Foro. Il passo successivo è stato quello di musealizzare il succorpo creando un percorso che passa attraverso la cripta per poi uscire, tramite una apposita scaletta, nella piazzetta adiacente. Appositi pannelli illustrativi e vetrine con frammenti di reperti di varie epoche consentono inoltre di acquisire informazioni più approfondite sulla storia del luogo. Alla base dei pilastri della costruzione è stata invece inserita una struttura a igloo che la proteggerà e al tempo stesso permetterà ai visitatori di osservare questo capolavoro dimenticato per troppo tempo.
La presentazione ufficiale del restauro avverrà presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia il 30 Maggio, e approfondita grazie al volume sul restauro del succorpo (curato dalla prof.ssa Pina Belli D'Elia in collaborazione con l'arch. Emilia Pellegrino e l'arch. Francesco Dicarlo e introdotto dalla prof.ssa Luisa De Rosa), per scoprire nel dettaglio come è stato eseguito il restauro che ha reso possibile la restituzione alla comunità di un pezzo di storia barese.

April 23

Come era l'agricoltura nell'anno mille

 

 

Presentata la riedizione dell’opera del prof. Licinio “ sui fenomeni che nel Medioevo e sino al Quattrocento hanno fatto della Puglia un territorio a prevalente economia rurale.
 

Cogliendo l’occasione della Settimana della Cultura, è stata inaugurata ieri, martedì 21 aprile, la rassegna “Dall’Anno Mille”, dedicata alle ultime produzioni librarie sulle “storie” del territorio pugliese e a cura di Pro Loco di Bisceglie, libreria Oompa Loompa e Centro Studi Normanno-Svevi dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

“Uomini e terre nella Puglia medievale”, questo il titolo del primo incontro con Raffaele Licinio, ha aperto al meglio il ciclo di 4 appuntamenti con la storia dal sottotitolo eloquente “Racconti, segni e territori”, a simboleggiare il percorso della serie di incontri: racconti con gli autori, segni del paesaggio, rivisitazione dell’immagine storica e del rapporto con il paesaggio.

Tanti, tra il pubblico, i forestieri che da tempo seguono i “Mercoledì con la storia” che il prof. Licinio svolge a Bari già da alcuni mesi, e che oggi si tenta di esportare sperimentalmente a Bisceglie grazie all’impegno del prof. Giuseppe Losapio.

Nel corso della serata, moderata dal dott. Francesco Violante, non si è però solo presentata la riedizione dell’opera del prof. Licinio “Uomini e terre nella Puglia medievale” (data alle stampe per la prima volta nel 1983), sui fenomeni che nel Medioevo e sino al Quattrocento hanno fatto della Puglia un territorio a prevalente economia rurale. Ad intervenire, difatti, anche l’Assessore all’Agricoltura Enzo Di Pierro ed il presidente provinciale di Confagricoltura Gianni Porcelli, che a voce unanime con l’autore hanno commentato come l’agricoltura, un tempo al centro degli interessi politici, sociali ed economici delle comunità pugliesi, debba recuperare la centralità che le spetta di diritto.
«Qualcuno, per ironizzare –ha difatti detto l’assessore Di Pierro- ha commentato che questa Settimana della Cultura è in realtà la Settimana dell’Agricoltura. Ebbene, di questo vado orgoglioso, perché se è vero che il nostro PIL si basa ancora oggi al 60-70% sull’agricoltura, non potevamo compiere una scelta culturale migliore». «Coltura è cultura» ha poi rincarato Gianni Porcelli, ricordando che fino agli anni ’30 Bisceglie fosse la realtà più vitale d’Europa nell’ambito della commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli, con 110 opifici per la lavorazione di ciliegie ed uva da tavola e migliaia di operai provenienti da tutto il centro-sud.

Più articolato, invece, il parere del prof. Licinio, che dopo chiarito un luogo comune sulla Questione Meridionale (che nulla avrebbe a che fare con il Medioevo, quando il Sud era economicamente persino più vitale del Nord), con estrema chiarezza ha lanciato un messaggio: «per ritrovare la nostra cultura non basta recuperare le tradizioni». Sbagliato, dunque, pensare di poter rivitalizzare il territorio adattandolo alle mutate esigenze dell’uomo, come per decenni è accaduto per le antiche masserie, che le istituzioni spingevano a trasformare in agriturismi pur di sottrarle all’abbadono.

Gli altri incontri, che non a caso si svolgeranno tutti in luoghi che l’immaginario collettivo associa alla cultura e alla storia (dopo l’Auditorium S. Croce, sarà la Chiesa di S. Margherita ad ospitare i dialoghi con l’autore), si svolgeranno giovedì 30 aprile, venerdì 8 maggio e venerdì 22 maggio. Nel corso del primo appuntamento si discuterà di “Insediamenti rurali nel territorio a nord di Bari dalla Tarda Antichità al Medioevo” con il prof. Maurizio Triggiani e Pina Belli D’Elia dell’Università di Bari; nel secondo si parlerà di “Medioevo a scuola” con Tommaso Montefusco (Liceo Scientifico di Triggiano) e Francesco Violante (Scuola Media Amedeo D’Aosta), mentre l’ultimo seminario, con il prof. Vito Bianchi, sarà dedicato ai “Castelli sul mare”.

di Serena Ferrara

Bisceglielive, 22 aprile 2009

April 08

I templari e la sindone


I documenti dimostrano che il telo fu custodito e venerato dai cavalieri dell'ordine nel XIII secolo

I templari e la sindone
di Barbara Frale

 

I templari e la sindone di Cristo è il titolo di un nuovo libro che Il Mulino pubblicherà prima dell'estate. L'autrice, addetto dell'Archivio Segreto Vaticano che ha studiato il processo contro il famoso ordine militare del medioevo, ha già pubblicato sul tema altri volumi - L'ultima battaglia dei Templari. Dal codice ombra d'obbedienza militare alla costruzione del processo per eresia (Roma, Libreria Editrice Viella, 2001, pagine 337, euro 24, 79); Il Papato e il processo ai Templari. L'inedita assoluzione di Chinon alla luce della diplomatica pontificia (Roma, Libreria Editrice Viella, 2003, pagine 239, euro 20); I Templari (Bologna, Il Mulino, 2004, pagine 193, euro 12; nuova edizione, 2007); Notizie storiche sul processo ai Templari (in Processus contra Templarios, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2007, pp. 103-249) - e anticipa in questo articolo i contenuti del suo ultimo studio.



Nell'anno 1287 un giovane di buona famiglia del meridione francese, chiamato Arnaut Sabbatier, chiese e ottenne di entrare nell'ordine religioso e militare dei templari:  qualcosa che nella società del tempo costituiva un gran privilegio sotto molti punti di vista. Nato a Gerusalemme poco dopo la prima crociata, con la missione di difendere i cristiani di Terrasanta, quello del Tempio diventò ben presto l'ordine più potente e illustre del medioevo cristiano.
Durante la sua cerimonia d'ingresso, dopo aver preso i tre voti monastici di povertà, obbedienza e castità, il precettore condusse il giovane Arnaut in un luogo chiuso, accessibile ai soli frati del Tempio:  qui gli mostrò un lungo telo di lino che portava impressa la figura di un uomo e gli impose di adorarlo baciandogli per tre volte i piedi.
Questa testimonianza proviene dai documenti del processo ai templari ed è quasi sconosciuta agli storici poiché rappresenta una goccia nel mare per chi debba studiare le intricatissime vicende di quel grande complotto innescato nel 1307 dal re di Francia Filippo IV il Bello ai danni del Tempio, divenuto ormai quasi uno Stato autonomo all'interno del suo regno. Tuttavia quel documento possiede un valore di primo piano per chi sia interessato a indagare le dinamiche di un'altra storia:  quella che segue il trasferimento della sindone di Torino dalla corte degli imperatori bizantini - dove era rimasta fino all'anno 1204 - verso l'Europa, dove ricompare a metà del XIV secolo, nelle mani di una nobile famiglia francese.
Nel 1978 uno storico laureatosi a Oxford, Ian Wilson, aveva ricostruito le peripezie storiche della sindone mettendo in evidenza come il telo, considerato la più importante reliquia della passione di Cristo, fosse stato rubato dalla cappella degli imperatori bizantini durante il tremendo saccheggio consumato durante la quarta crociata nel 1204.
Wilson metteva a confronto tante testimonianze rilasciate dai frati del Tempio durante il processo e faceva notare che fra le accuse avanzate contro di loro dal re di Francia c'era quella di adorare segretamente un misterioso "idolo", un ritratto che raffigurava un uomo con la barba.
Grazie a una serie di indizi, l'autore suggeriva come il misterioso "idolo" venerato dai templari altro non fosse che la sindone di Torino, chiusa in una teca speciale fatta apposta per lasciar vedere solo l'immagine del volto, e venerata in assoluto segreto in quanto la sua stessa esistenza all'interno dell'ordine era un fatto molto compromettente:  l'oggetto era stato rubato durante un orribile saccheggio, sugli autori del quale Papa Innocenzo iii aveva lanciato la scomunica, e anche per il traffico delle reliquie era stata sancita la stessa pena dal concilio Lateranense IV nel 1215.
Che l'avessero presa direttamente oppure comprata da qualcun altro, dichiarando al mondo di possedere la sindone i templari rischiavano in ogni caso la scomunica. Secondo Wilson, gli "anni oscuri" durante i quali le fonti storiche non parlano della sindone corrispondono in realtà al periodo in cui la reliquia fu custodita in assoluto segreto dai templari. A suo tempo la tesi suscitò molti entusiasmi poiché permetteva di dare risposte coerenti a tanti punti non chiariti che ancora permanevano sulla storia della sindone e sul processo contro i templari, ma la comunità scientifica rimase insoddisfatta in quanto le prove documentarie addotte dallo studioso apparivano tutto sommato scarse.
A distanza di trent'anni ho provato ad aggiungere alla tesi di Wilson molti tasselli mancanti. In questo nuovo libro ho analizzato fonti inedite riguardanti i templari e la storia antica della sindone giungendo a una conclusione:  nel corso del Duecento, quando la società cristiana è turbata dalla proliferazione delle eresie che negano la reale umanità di Cristo, l'ordine del Tempio, a causa delle sue molte immunità, rischia di diventare una specie di porto franco per gli eretici di lignaggio cavalleresco che cercano d'intrufolarvisi per mettersi al riparo dalle autorità inquisitoriali.
Se questo fosse successo davvero, il Tempio si sarebbe trovato destrutturato nella sua identità religiosa. I capi dell'ordine frequentavano la corte bizantina per la quale avevano svolto varie mediazioni diplomatiche, conoscevano l'enorme sacrario imperiale di Costantinopoli dove per secoli gli imperatori avevano raccolto con cura minuziosa le più famose e antiche reliquie di Cristo, della Vergine e dei santi. Sapevano anche che i teologi bizantini avevano enfatizzato il potere delle reliquie di Cristo per contrastare la predicazione degli eretici, soprattutto delle sette di stampo docetista e gnostico secondo le quali Cristo era un essere di solo spirito e non aveva mai avuto un vero corpo umano, ma solo l'apparenza di un uomo.
Insomma, i templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo:  era il miglior antidoto contro tutte le eresie. I catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo  umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto; per questo non celebravano l'Eucarestia, considerata a loro giudizio un rito privo di senso non avendo Cristo mai avuto una vera carne.
Una volta aperta completamente, la sindone portava l'immagine impressionante di quel corpo massacrato proprio come era avvenuto a Gesù secondo i vangeli:  si vedeva tutto, la carne dei muscoli tesi nella rigidità che accompagna le prime ore dopo la morte, il volto gonfio sotto l'effetto delle percosse, la pelle strappata dagli aculei del flagello. E c'era tanto sangue, sangue dappertutto, quello che secondo l'evangelista Matteo era stato "versato per molti in remissione dei peccati" (Matteo, 26, 28). L'umanità di Cristo sopraffatta dalla violenza degli uomini, quell'umanità che i catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare.
Questo è qualcosa che per l'uomo del medioevo non aveva prezzo; qualcosa ben più potente dei sermoni dei predicatori e anche della repressione degli inquisitori. I Pontefici più accorti lo avevano capito, e così si comprendono iniziative come quella di Innocenzo iii che promosse il culto della Veronica o quella di Urbano iv che solennizzò il miracolo di Bolsena istituendo la festa del Corpus Domini.
I templari diedero allora vita a liturgie speciali di venerazione della sindone come l'uso di consacrare le cordicelle del loro abito mettendole a contatto con l'inestimabile reliquia, affinché il potere sacro di quell'oggetto li proteggesse sempre dai nemici del corpo e dello spirito; oppure la liturgia descritta dal templare Arnaut Sabbatier ricordata in apertura. E anche Carlo Borromeo, quando nel 1578 si recò pellegrino alla sindone viaggiando a piedi da Milano a Torino, la venerò praticando il bacio sulle ferite dei piedi proprio come usavano fare i dignitari del Tempio.
Questo libro - una ricostruzione di taglio storico-archeologico che non entra in questioni teologiche - rappresenta in realtà la prima parte di uno studio dedicato alla sindone che si completerà con un secondo volume in preparazione di stampa (La sindone di Gesù Nazareno, sempre per Il Mulino). Attraverso una lunga ricerca documentaria provo a rispondere a molti quesiti della storia ma anche a proporre ipotesi di studio che potrebbero aprire nuovi sentieri di ricerca:  come quella che riguarda le enigmatiche tracce di scrittura in greco, latino ed ebraico identificate da alcuni esperti francesi sul lino della sindone, parole tracciate in origine su un documento che entrò in contatto con il telo e vi lasciò una specie di impronta.

Osservatore Romano 5-4-2009

April 07

Sindone, l'avevano i Templari?

 
 
 
 
 
 
La studiosa Barbara Frale sull'Osservatore Romano rilancia l'ipotesi secondo cui i monaci guerrieri ne furono in possesso fra il XIII e il XIV secolo.
(AGI) - CdV, 4 apr. - Scomparsa dalla cappella degli imperatori bizantini durante il tremendo saccheggio di Costantinopoli consumato durante la quarta crociata nel 1204, per alcuni secoli non si è saputo più nulla della Sacra Sindone. L'Osservatore Romano fa sua oggi l'ipotesi che quegli "anni oscuri" durante i quali le fonti storiche non parlano della sindone corrispondano "in realtà al periodo in cui la reliquia fu custodita in assoluto segreto dai Templari". "A suo tempo - scrive sul giornale del Papa la studiosa Barbara Frale, officiale della Biblioteca Vaticana - la tesi suscitò' molti entusiasmi poiché permetteva di dare risposte coerenti a tanti punti non chiariti che ancora permanevano sulla storia della sindone e sul processo contro i Templari". 
E in realtà tra "le accuse avanzate contro di loro dal re di Francia c'era quella di adorare segretamente un misterioso 'idolo', un ritratto che raffigurava un uomo con la barba", per alcuni studiosi proprio la sindone di Torino, "chiusa in una teca speciale fatta apposta per lasciar vedere solo l'immagine del volto, e venerata in assoluto segreto in quanto la sua stessa esistenza all'interno dell'ordine era un fatto molto compromettente: l'oggetto era stato rubato durante un orribile saccheggio, sugli autori del quale Papa Innocenzo III aveva lanciato la scomunica, e anche per il traffico delle reliquie era stata sancita la stessa pena dal concilio Lateranense IV nel 1215". Secondo la Frale, che sta per pubblicare in un libro i risultati delle sue ricerche, "i Templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie". Infatti "i catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto; per questo non celebravano l'Eucarestia, considerata a loro giudizio un rito privo di senso non avendo Cristo mai avuto una vera carne". 
E con la sua ricerca, a trent'anni dalle prime ipotesi di Wilson sul passaggio della Sindone nella mani dei frati combattenti poi sterminati da Filippo il Bello, la studiosa vaticana ritiene di aver trovato "molti tasselli" a sostegno di questa tesi della quale allora - ammette l'articolo - la comunità scientifica rimase insoddisfatta in quanto le prove documentarie addotte apparivano tutto sommato scarse. E scrive che nella teca costruita dai Templari "la sindone portava l'immagine impressionante di quel corpo massacrato proprio come era avvenuto a Gesu' secondo i Vangeli: si vedeva tutto, la carne dei muscoli tesi nella rigidità che accompagna le prime ore dopo la morte, il volto gonfio sotto l'effetto delle percosse, la pelle strappata dagli aculei del flagello. L'umanità di Cristo sopraffatta dalla violenza degli uomini, quell'umanità - conclude - che i catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare". 
Su che cosa sia accaduto alla Sindone dal 1204, anno in cui scomparve da Costantinopoli, fino alla sua apparizione a Lirey nel 1351, il momento in cui riappare e non se ne perdono più le tracce, le opinioni degli storici divergono. E se Barbara Frale ritiene di aver trovato nell'Archivio Segreto Vaticano, dove lavora, le prove che in questo periodo, fino alla distruzione dell'Ordine, i monaci guerrieri tenessero segretamente (a causa della scomunica che colpiva chi commerciava o possedeva illegalmente reliquie) il lino che aveva avvolto il corpo di Cristo, Alessandro Piana e il professor Scavone nel libro ''Inchiesta sulla Sindone'', di Marco Tosatti, uscito proprio in questo giorni per Piemme, esprimono qualche riserva in merito, anche se non negano del tutto l'ipotesi. Chiunque la detenesse, si legge nel libro di Tosatti, si può ritenere che ''la Sindone fosse in Borgogna, (Besancon) dal 1208 circa fino al 1351. Besancon la rivendicava; abbiamo un arrivo documentato in maniera plausibile da Othon de la Roche, in Atene, che la ricevette per i suoi servizi, e una strada molto plausibile che la conduce fino a Jeanne de Vergy, discendente di Ottone e proprietaria della Sindone di Ottone grazie al suo matrimonio con Geoffroy de Charny circa nel 1351-1354''. 
Per Tosatti, ''forse la forza maggiore dell'ipotesi di Besancon è il letteralmente assoluto silenzio sulla Sindone nelle altre maggiori ipotesi: se la Sindone non era a Besancon dove si è detto e si è reclamato che fosse, durante il famoso gap nella sua storia, era da qualche altra parte, non nominata, non reclamata, non attestata e non documentata''.Nel suo libro Marco Tosatti smonta invece le conclusioni dell'indagine con il Carbono 14 che vent'anni fa datarono il lenzuolo come medievale: un errore di calcolo matematico, riguardante il margine di compatibilita' degli esami, verificato all'Universita' La Sapienza e ammesso da quella di Oxford nega validita' scientifica all'indagine. (AGI) Siz 041853 APR 09 Red/Vai
4/4/2009

«L'idolo per cui furono condannati era Cristo»

La scoperta L'autrice lavora nell'Archivio segreto della Santa Sede
 
La studiosa vaticana: «Ho le carte, i Templari adoravano la Sindone»
«L'idolo per cui furono condannati era Cristo»
 
CITTÀ DEL VATICANO — Ora lo sappiamo: i Templari, in effetti, adoravano un «idolo barbuto». Però non era Bafometto, come volevano gli inquisitori che li processarono per arrivare a sciogliere nel 1314 l'ordine più potente e illustre del medioevo cristiano, il «grande complotto innescato nel 1307 dal re di Francia Filippo IV il Bello». E non era neanche un idolo, in verità, per quanto senza dubbio fosse barbuto: l'oggetto della loro venerazione era la Sindone, il telo di lino che secondo la tradizione avvolse il corpo di Gesù e ne reca impressa l'immagine. Furono i Cavalieri a custodire in gran segreto la Sindone nel secolo e mezzo in cui se ne perdono le tracce, dal saccheggio di Costantinopoli del 1204 alla ricomparsa in Europa a metà del Trecento. Si tratta di argomenti sui quali fioccano le bufale e il 99 per cento di ciò che si racconta, Umberto Eco docet, è «spazzatura».
Ma qui la fonte è più che affidabile: lo scrive l'Osservatore Romano, anticipando alcune pagine de «I templari e la sindone di Cristo», il nuovo libro di Barbara Frale che il Mulino pubblicherà entro l'estate. L'autrice è una giovane e serissima ricercatrice dell'Archivio segreto vaticano che da anni studia e scrive dei Templari. Attingendo ai documenti del processo, cita tra l'altro la testimonianza della «prova d'ingresso», nel 1287, di «un giovane di buona famiglia del meridione francese», Arnaut Sabbatier: «Il precettore condusse il giovane Arnaut in un luogo chiuso, accessibile ai soli frati del Tempio: qui gli mostrò un lungo telo di lino che portava impressa la figura di un uomo e gli impose di adorarlo baciandogli per tre volte i piedi».
Nel 1978 fu lo storico di Oxford Ian Wilson, ricorda la studiosa, il primo a sostenere la tesi che il misterioso «idolo» barbuto dei Templari fosse in realtà il telo rubato dalla cappella degli imperatori bizantini nel 1204, durante la quarta crociata, e che i Cavalieri l'avessero custodito in segreto. Ora Barbara Frale spiega di aver trovato «molti tasselli mancanti» a sostegno della teoria. Fonti inedite che spiegano anche le ragioni dell'adorazione e della segretezza. «I Templari si procurarono la sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie», scrive. «I catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto». Che l'avessero trafugata i Templari o fosse stata comprata, doveva rimanere celata: sui responsabili del saccheggio pendeva la scomunica di Papa Innocenzo III. Ma era una reliquia potente e ne valeva la pena: «L'umanità di Cristo che i catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare. Questo è qualcosa che per l'uomo del medioevo non aveva prezzo».
Gian Guido Vecchi
05 aprile 2009
www.corriere.it
April 01

Francesco il «crociato»

 
 
Prendendo spunto dall’incontro del 1219 fra Francesco d’Assisi e al-Malik al-Kamil, sultano d’Egitto, Franco Cardini analizza l’idea stessa di crociata e l’interpretazione imperniata sulla volontà di presenza e sulla testimonianza di vita cristiana che ne dette Francesco. Cardini sottolinea che è ovvio che Francesco si fosse recato in Egitto da “crociato”, perché questo era l’unico modo per raggiungere l’esercito cristiano accampato alle foci del Nilo, anche se è altrettanto ovvio che Francesco non avesse nessuna intenzione di combattere, visto che era un uomo di pace e, in quanto diacono, gli era proibito l’uso delle armi. Secondo Cardini, lo scopo di Francesco era sì testimoniare la pace di Cristo al sultano, ma anche portare l’esempio della vita cristiana ai crociati in armi.

Ma si sono davvero incontrati, Francesco d’Assisi e il sultano ayyubide d’Egitto, al-Malik al-Kamil, nipote e successore del
Saladino, fra l’estate e l’autunno del 1219? Pare di sì, come viene confermato almeno da quattro testimonianze non tardive e non francescane: la Historia occidentalis del vescovo di San Giovanni d’Acri Giacomo da Vitry; il cronista Ernoul, continuatore della Cronaca di Guglielmo di Tiro; il cronista Bernardo il Tesoriere; e infine l’epigrafe funeraria di Fakhr ad-Din Muhammad ibn Ibrahim Fârîsi al cimitero di Qarâfa al Cairo, che a Francesco sembra alludere. Queste testimonianze corroborano quella di Tommaso da Celano e quelle, più recenti, di Giordano da Giano e di Bonaventura – tutte minoritiche, queste tre – che potrebbero altrimenti venir sospettate di aver fondato la leggenda dell’incontro per ragioni e scopi interni all’Ordine o relative alla sua immagine. Si discute al riguardo se l’episodio possa essere considerato fondante per il concetto francescano di missione e se esso abbia implicato l’accettazione, il superamento o il rifiuto, da parte di Francesco, dello strumento della crociata come forma di rapporto con l’islam. La chiave di lettura più certa sta in quel che Francesco, immediatamente rientrato dall’Egitto, scrive nella regola del 1221, non legittimata da una bolla pontificia, e rivista nel 1223. Che il frate minore debba visitare il mondo degli infedeli «come agnello tra i lupi» indica un atteggiamento pacifico e remissivo: cioè di testimonianza, che solo se il frate si sente pronto e ispirato può cedere il passo alla predicazione ‘missionaria’. Quanto al rapporto tra Francesco e l’‘idea di crociata’, si tratta in gran parte di un fraintendimento anacronistico, isterizzato dall’interferenza di questioni attualizzanti che nulla hanno a che fare né con lo spirito di Francesco, né con la storia autenticamente intesa. Sono ancora molti coloro che amano parlare del Duecento come dell’ultimo secolo della crociata, secondo quella tradizione [...] che numera le spedizioni crociate da uno a sette, oppure a otto, o magari a nove, e include il movimento crociato nella parentesi costituita dalle due fatidiche date del 1095, il concilio di Clermont, e del 1270, la morte di san Luigi (o il 1291, la caduta di San Giovanni d’Acri). Ma anche chi non concorda con tale ristretta e sorpassata visione, e preferisce condurre addirittura idea di crociata e movimento crociato fino alle soglie dell’età contemporanea, scorge comunque nel Duecento il secolo d’una serie di mutamenti profondi, che dell’una e dell’altro hanno fatto qualcosa di molto diverso da quel ch’essi originariamente erano. Fra tali mutamenti, solitamente si attribuisce speciale importanza a quelli rappresentati o determinati da due personaggi che nei confronti della crociata giocarono un ruolo nuovo, originale, magari contraddittorio o paradossale. Oltre Francesco, Federico II: dopo di loro, la crociata non fu più la stessa; fu – si dice da più parti – negata, o superata (magari ‘misticamente’), o si andò mutando in missione, o si aprì al gioco diplomatico.
Con e a partire da essi, anche il rapporto fra cristianità e islam andò facendosi diverso, sia pur non uniformemente e immediatamente.
[...] La sensibilità moderna recalcitra dinanzi all’idea che il mite Povero d’Assisi e il lungimirante Stupor mundi abbiano sul serio a che vedere con la barbarie e il fanatismo delle spedizioni legittimate nel segno della croce. In che misura un’impostazione del genere è corretta? In che misura risente – al contrario – di stereotipi anacronistici? Certo che Francesco prese la croce: le fonti non ce lo dicono, ma non ci dicono nemmeno che camminasse muovendo i piedi. Il rito di assunzione del distintivo della croce, che implicava la promessa di compiere il pellegrinaggio di Gerusalemme o un’azione equivalente se esso fosse impossibile (ed era quello il caso di quel momento: la Città Santa in mano agli infedeli, una spedizione militare intrapresa per riconquistarla), era preliminare per chi volesse raggiungere l’esercito cristiano accampato alle foci del Nilo. È evidente che il ‘crociato’ Francesco non voleva né poteva combattere: oltretutto era diacono, per cui l’uso delle armi gli sarebbe stato comunque interdetto. Approvava la guerra contro gli infedeli? Era uomo di pace: quello che egli sognava, l’ha dimostrato appunto recandosi dal sultano e portandogli la pace del Cristo, che non è quella che dà il mondo.
Ma la crociata era voluta dal Papa, e Francesco non ha mai detto una parola che suonasse disobbedienza al pontefice e alla Chiesa. Del resto, non era lì solo per il sultano: ma anche per i crociati, che di esempi di vita cristiana avevano Dio solo sa quanto bisogno. Presenza e testimonianza: queste le limpide linee spirituali e storiche d’un gesto che non lascia spazio ad equivoci. Se si esce da queste concrete e chiarissime coordinate interpretative, si fanno solo chiacchiere inutili.

 Franco Cardini - 30/03/2009

Fonte: Avvenire
March 15

A Castel del Monte il mistero non è scritto

 
Fa parte del suo destino: Castel del Monte sembra esistere per essere avvolto in un’inevitabile aura di mistero. L’ottagono e il valore simbolico del numero 8, le proporzioni, l’andamento interno che richiama il procedere labirintico... sono tutti elementi veri e presenti: lo chiariva, fra i tanti, lo storico medievale Franco Cardini in un volume dedicato al maniero pugliese (il Mulino ed., 2000). Tuttavia, da qui a fare del castello il crogiolo di ogni simbologia e di ogni segreto esoterico, templare, numerologico, è un passo incauto. Da ultimo, anche nelle epigrafi incastonate sui muri del castello si è voluto leggere messaggi segreti, da decifrare con ammiccamenti a retroscena iniziatici. Come spesso avviene, il prodigio è figlio di ignoranza: là dove la mente dell’uomo non arriva a capire, nasce un mistero. A demolire le teorie interpretative sulle iscrizioni «del mistero» ci ha pensato Franco Magistrale, docente di Paleografia all’Università di Bari, che ha decifrato quelle scritte svelando una realtà normale, quasi banale (ne ha tratto un contributo che sarà pubblicato in un volume collettaneo).

Come è nato il suo interesse per queste iscrizioni? «È nato dalla lettura di un libro intitolato Il segreto di Federico II di Svevia: l’ultimo faraone, edito da Levante ed. nel 1998 a cura di Vincenzo Dell’Aere in collaborazione con Giuseppe Farina e Peter J. Osborne. Più di recente, anche un cdrom distribuito dalla “Gazzetta del Mezzogiorno”, con l’accattivante titolo Misteri e segreti di Castel del Monte, propone la medesima interpretazione di queste scritte».

Come vengono lette? «Sulla base dell’esame degli strumenti adoperati per l’incisione e della scrittura, gli autori attribuiscono con sicurezza le epigrafi all’età di Federico II e le interpretano, in chiave esoterica, come guida rivolta a cavalieri di età medievale lungo un percorso di iniziazione finalizzato all’acquisizione della sapienza e della purificazione spirituale: “criptogrammi”, dunque, secondo la definizione degli stessi autori, ossia messaggi per pochi iniziati, gli unici capaci di decifrare una scritta formata - secondo loro - da simboli latini, cufici e magici. Castel del Monte, sulle cui pareti interne ed esterne sono murate queste scritte, era ovviamente il punto di riferimento “religioso” e il luogo fisico nel quale si sarebbe svolto tale percorso di inziazione».

Al centro di questa interpretazione sono in particolare due iscrizioni. La prima, collocata nel cortile centrale del castello, come viene tradotta? «Così: “Al centro c’è un fauno di pietra, il vero sapiente dal volto diabolico; segue una sala dei cerchi con il monito all’iniziando il cui percorso deve terminare il giorno del Dio santo, cioè il solstizio d’estate”».
E lei invece come le decifra? «Per quanto riguarda la mia interpretazione, è opportuno in primo luogo chiarire che sia la tipologia degli strumenti adoperati per l’incisione delle scritte sia i caratteri grafici delle stesse non consentono di datare tali testimonianze all’età di Federico II (prima metà del ‘200). Anzi, proprio l’ana - lisi paleografica impone di riferirle ad un periodo non anteriore al secolo XVI; per quanto riguarda gli strumenti, invece, si tratta di utensili attestati dall’epoca dei faraoni egiziani e adoperati ancora oggi dagli artigiani».
E cosa direbbe il contenuto? «Il presunto “criptogramma” altro non è che una scritta commemorativa di un intervento edilizio sulle strutture murarie del castello datato puntualmente al 1566. L’epigrafe, caratterizzata dall’uso di numerose abbreviazioni, riporta, più prosaicamente, il testo seguente: “Mastro Pace Surdo di Barletta, completata l’opera, pose questa epigrafe il 3 settembre 1566”. Quella di apporre epigrafi al termine di lavori edilizi era una prassi sorta e diffusasi anche nell’edilizia civile a partire già dal 1300».

Il professor Franco Magistrale trae una sua prima deduzione, non scevra di una punta d’ironia: «Con questi presupposti scientifici (datazione ed interpretazione) mi sembra lampante che il percorso iniziatico rivolto al cavaliere di età federiciana non ha più alcun fondamento. Anzi, dispiace dirlo, il cavaliere medievale, giunto nel cortile del castello, avrebbe dovuto tornarsene indietro con il suo cavallo perché su quel muro in età federiciana non vi era alcuna scritta: il maestro Pace Surdo sarebbe giunto soltanto 300 anni dopo, come del resto attestano anche alcuni documenti barlettani che lo vedono protagonista in opere edilizie sul territorio tra il 1551 e il 1576».
E la seconda epigrafe che dice? «È collocata all’interno del piano superiore del castello ed è interpretata dagli autori, sempre in chiave esoterica, nel modo seguente: “Nel nome di Dio, nel nome di Dio, per l’eternità, contro il male lo costruii io, Federico II di Svevia, e fino al giorno del giudizio questo luogo sarà sacro per la pietra”. In questo caso la mia lettura porta, con un adeguato scioglimento delle abbreviazioni, alla seguente interp retazione: “L’illustre don Giovanni de China di Barletta fece riparare l’8 marzo (o maggio) 1566”. Il personaggio citato, storicamente attestato anch’egli a Barletta negli anni tra il 1569 e il 1583, potrebbe essere individuato come il committente dei lavori di restauro effettuati proprio dal già citato mastro Paciullo Surdo. Questa interpretazione è avvalorata da una terza scritta, non presa in considerazione dagli autori, visibile su un muro del cortile interno, all’altezza di una finestra del piano superiore».
Cosa se ne deve concludere? «Senza voler pregiudizialmente condannare ed escludere interpretazioni esoteriche e numerologiche, peraltro tipiche della società medievale, queste scritte non confortano l’interpretazione proposta dagli autori. A Castel del Monte, se presente, l’esoterismo va cercato per altre strade».
 
Giacomo Annibaldis
 
Gazzetta del Mezzogiorno
February 23

La leggenda della terra piatta

 
Una interpretazione che trova le sue radici nelle polemiche positivistiche ottocentesche, vuole che il Medioevo abbia rimosso tutte le scoperte scientifiche dell'antichità classica per non contraddire la lettera delle sacre scritture. È vero che alcuni autori patristici hanno cercato di dare una lettura assolutamente letterale della Scrittura là dove essa dice che il mondo è fatto come un tabernacolo. Per esempio nel IV secolo Lattanzio (nel suo Institutiones divinae), su queste basi si opponeva alle teorie pagane della rotondità della terra, anche perché non poteva accettare l'idea che esistessero degli Antipodi dove gli uomini avrebbero dovuto camminare con la testa all'ingiù.
E idee analoghe aveva sostenuto Cosma Indicopleuste, un geografo bizantino del VI secolo, che nella sua Topografia Cristiana, sempre pensando al tabernacolo biblico, aveva accuratamente descritto un cosmo di forma cubica, con un arco che sovrastava il pavimento piatto della Terra.

Ora, che la terra fosse sferica, tranne alcuni presocratici, lo sapevano già i greci, sin dai tempi di Pitagora, che la riteneva sferica per ragioni mistico-matematiche. Lo sapeva naturalmente Tolomeo, che aveva diviso il globo, ma lo avevano già capito Parmenide, Eudosso, Platone, Aristotele, Euclide, Archimede, e naturalmente Eratostene, che nel terzo secolo avanti Cristo aveva calcolato con una buona approssimazione la lunghezza del meridiano terrestre.

Tuttavia si è sostenuto (anche da parte di seri storici della scienza) che il Medioevo aveva dimenticato questa nozione antica, e l'idea si è fatta strada anche presso l'uomo comune, tanto è vero che ancora oggi, se domandiamo a una persona anche colta che cosa Cristoforo Colombo volesse dimostrare quando intendeva raggiungere il levante per il ponente, e che cosa i dotti di Salamanca si ostinassero a negare, la risposta, nella maggior parte dei casi, sarà che Colombo riteneva che la terra fosse rotonda, mentre i dotti di Salamanca ritenevano che la terra fosse piatta e che dopo un breve tratto le tre caravelle sarebbero precipitate dentro l'abisso cosmico.

In verità a Lattanzio nessuno aveva prestato troppa attenzione, a cominciare da Sant'Agostino il quale lascia capire per vari accenni di ritenere la terra sferica, anche se la questione non gli sembrava spiritualmente molto rilevante. Caso mai Agostino manifestava seri dubbi sulla possibilità che potessero vivere esseri umani ai presunti antipodi. Ma che si discutesse sugli antipodi è segno che si stava discutendo su un modello di terra sferica.
Quanto a Cosma, il suo libro era scritto in greco, una lingua che il medioevo cristiano aveva dimenticato, ed è stato tradotto in latino solo nel 1706. Nessun autore medievale lo conosceva.

Nel VII secolo dopo Cristo Isidoro di Siviglia (che pure non era un modello di acribìa scientifica) calcolava la lunghezza dell'equatore in ottantamila stadi. Chi parla di circolo equatoriale evidentemente assume che la terra sia sferica.

Anche uno studente di liceo può facilmente dedurre che, se Dante entra nell'imbuto infernale ed esce dall'altra parte vedendo stelle sconosciute ai piedi della montagna del Purgatorio, questo significa che egli sapeva benissimo che la terra era sferica, e che scriveva per lettori che lo sapevano. Ma della stessa opinione erano stati Origene e Ambrogio, Beda, Alberto Magno e Tommaso d'Aquino, Ruggero Bacone, Giovanni di Sacrobosco, tanto per citarne alcuni. La materia del contendere ai tempi di Colombo era che i dotti di Salamanca avevano fatto calcoli più precisi dei suoi, e ritenevano che la terra, tondissima, fosse più ampia di quanto il nostro genovese credesse, e che quindi fosse insensato cercare di circumnavigarla. Naturalmente né Colombo né i dotti di Salamanca sospettavano che tra l'Europa e l'Asia stesse un altro continente.

Tuttavia proprio nei manoscritti di Isidoro appariva la cosiddetta mappa a t, dove la parte superiore rappresenta l'Asia, in alto, perché in Asia stava secondo la leggenda il Paradiso terrestre, la barra orizzontale rappresenta da un lato il Mar Nero e dall'altro il Nilo, quella verticale il Mediterraneo, per cui il quarto di cerchio a sinistra rappresenta l'Europa e quello a destra l'Africa. Tutto intorno sta il gran cerchio dell'Oceano. Naturalmente le mappe a t sono bidimensionali, ma non è detto che una rappresentazione bidimensionale della terra implichi che la si ritenga piatta, altrimenti a una terra piatta crederebbero anche i nostri atlanti attuali. Si trattava di una forma convenzionale di proiezione cartografica, e si riteneva inutile rappresentare l'altra faccia del globo, ignota a tutti e probabilmente inabitata e inabitabile, così come noi oggi non rappresentiamo l'altra faccia della Luna, di cui non sappiano nulla.
Infine, il Medioevo era epoca di grandi viaggi ma, con le strade in disfacimento, foreste da attraversare e bracci di mare da superare fidandosi di qualche scafista dell'epoca, non c'era possibilità di tracciare mappe adeguate. Esse erano puramente indicative. Spesso quello che preoccupava maggiormente l'autore non era di spiegare come si arriva a Gerusalemme, bensì di rappresentare Gerusalemme al centro della terra.

Infine si cerchi di pensare alla mappa delle linee ferroviarie che propone un qualsiasi orario in vendita nelle edicole. Nessuno da quella serie di nodi, in se chiarissimi se si deve prendere un treno da Milano a Livorno (e apprendere che si dovrà passare per Genova), potrebbe estrapolare con esattezza la forma dell'Italia. La forma esatta dell'Italia non interessa a chi deve andare alla stazione (...).
Si veda ora questa immagine del Beato Angelico nel duomo di Orvieto. Il globo (di solito simbolo del potere sovrano) tenuto in mano da Gesù rappresenta una Mappa a T rovesciata. Se si segue lo sguardo di Gesù si vede che egli sta guardando il mondo e quindi il mondo è rappresentato come lo vede lui dall'alto e non come lo vediamo noi, e quindi capovolto. Se una mappa a T appare sulla faccia di un globo vuole dire che essa era intesa come rappresentazione bidimensionale di una sfera.
 
 UMBERTO ECO


(23 febbraio 2009) www.repubblica.it
February 20

Meraviglioso

E' vero
credetemi è accaduto
di notte su di un ponte
guardando l'acqua scura
con la dannata voglia
di fare un tuffo giù uh
D'un tratto
qualcuno alle mie spalle
forse un angelo
vestito da passante
mi portò via dicendomi
Così ih:
Meraviglioso
ma come non ti accorgi
di quanto il mondo sia
meraviglioso
Meraviglioso
perfino il tuo dolore
potrà guarire poi
meraviglioso
Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato
il mare eh!
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole!
La vita
l'amore
Meraviglioso
il bene di una donna
che ama solo te
meraviglioso
La luce di un mattino
l'abbraccio di un amico
il viso di un bambino
meraviglioso
meraviglioso...
ah!...
(vocalizzato)
Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato
il mare eh!
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole!
La vita
l'amore
meraviglioso
(vocalizzato)
La notte era finita
e ti sentivo ancora
Sapore della vita
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
D. Modugno
 
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Vito R.

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Romantico, passionale, bruno, intelligente, alto, paziente, fedele